“Se non siete d’accordo, ribellatevi”: il vero finale de Il Battito di Rigel
Il finale de Il Battito di Rigel non cerca di consolare.
Non chiude le ferite, non sistema i conti, non offre una riconciliazione. Ed è proprio per questo che resta.
Nelle ultime pagine Rigel non parla più di sé. Non racconta ciò che ha perso, né chiede comprensione. Si trova a una conferenza sulla sostenibilità e sceglie di rivolgersi ai giovani parlando di inganni cognitivi e di governance dell’impresa familiare. È una sorta di lectio magistralis, ma senza cattedra e senza retorica. A parlare non è un vincitore, né un esperto distante, ma qualcuno che ha attraversato un errore, ne ha pagato il prezzo e decide di trasformare quell’esperienza in qualcosa di utile per altri.
In quel momento il romanzo cambia passo. Non è più soltanto una storia personale, ma un gesto di trasmissione. Rigel non propone modelli da imitare né soluzioni facili. Porta l’attenzione su un punto fragile e spesso rimosso: il modo in cui persone e sistemi si costruiscono una versione comoda della realtà. La caverna di Platone entra qui non come citazione colta, ma come chiave di lettura del presente. Le ombre scambiate per verità, il consenso che si autoalimenta, la difficoltà – e il costo – di mettere in discussione ciò che sembra normale.
Rigel non si presenta come colui che ha visto la luce. Al contrario, riconosce implicitamente di aver creduto alle ombre più a lungo di quanto avrebbe dovuto. È questa ammissione, più di ogni altra cosa, a dare peso alle sue parole.
L’attenzione si sposta poi sull’impresa familiare, non come luogo protetto o affettivo, ma come struttura di potere. Quando la governance è opaca, quando i ruoli non sono chiari, quando l’egoismo viene scambiato per continuità, il fallimento non è un incidente: è una possibilità concreta. Rigel non parla per rancore. Parla per lucidità. E parla ai giovani non per istruirli, ma per metterli in guardia.
È qui che arriva la frase che chiude davvero il romanzo: se non siete d’accordo, ribellatevi. Non è un invito alla rottura fine a se stessa. È una ribellione necessaria perché il passaggio generazionale possa avvenire. Non per occupare il potere, ma per rendere possibile il futuro. Senza dissenso responsabile non c’è trasmissione, solo ripetizione.
Molti romanzi contemporanei scelgono il silenzio, l’ironia o la rinuncia. Altri si chiudono in una riconciliazione privata. Il Battito di Rigel fa una scelta diversa e più rischiosa: restituisce dignità alla parola pubblica. Non dall’alto, ma da una posizione esposta. Non con una morale, ma con un atto. Non chiedendo adesione, ma responsabilità.
Il romanzo non si conclude con una soluzione, ma con una consegna. Non racconta il riscatto di una caduta, ma il tentativo di trasformare un’esperienza dolorosa in sapere trasmissibile. Il finale non dice al lettore cosa pensare; gli chiede, semmai, cosa è disposto a fare. Ed è forse per questo che, una volta chiuso il libro, Il Battito di Rigel continua a tornare indietro sotto forma di riflessioni e domande. Non perché offre risposte, ma perché chiama in causa.